raduno_ok raduno_ok

Traduttore

Ricerca

Consiglio Direttivo

 

Presidente

  • Francesco Mocellin

 

Consiglieri:

  • Alessandro Grasso
  • Cristiano Carminati
  • Francesco di Fluri
  • Geronimo Vercillo
  • Roberta Giordano

 

Segretario:

  • Gino Rossi

 

 

per inserire le tournee del vostro circo contattateci al seguente indirizzo email: 

gianluigi.gengione@gmail.com  

lombardig90@gmail.com 

facebook

 

di Vittorio Marini

katangaNon era solo un’invenzione pubblicitaria, quella immagine che per tanti anni ha campeggiato sui manifesti del nostro Circo Medrano. I visitatori dello zoo potevano davvero vedere quel gigantesco gorilla, Katanga, di otto anni, un metro e settanta di altezza, centocinquanta chili di peso, ricoperto da un manto di pelo bruno nerastro. Era giunto al circo di Leonida Casartelli il 19 gennaio 1973 a Firenze da Hannover, dopo un viaggio che durò due giorni e una notte. La cura e la custodia del gorilla fu affidata a Gigino Gerardi, circense doc, domatore di leoni, che viaggiò accanto al gorilla. Fra Gerardi e Katanga si era instaurata una solida amicizia ed era Gerardi che si prendeva cura giornalmente del “sostentamento” del gorilla: ore 8, un litro di tè moderatamente  dolce, pane e marmellata (esclusa quella di arance, graditissima quella di banane); ore 10, una dozzina di vasetti di latte acido, imboccato a cucchiaini, mezz’ora di lavoro; ore 12, mezzo chilo di riso bollito, senza sale, con due o tre zollette di zucchero, oppure pappe  omogenizzate assortite; ore 17, cinque o sei banane con la buccia più quattro carote e otto mele intere; ore 21, una bistecca alla brace di quattro etti, un salamino alla cacciatora, un litro di cioccolata poco zuccherata.

La gabbia era stata costruita da Wioris Togni a Rio Saliceto ed era composta da una zona notte e da un salone per il “passeggio” e qualche modesto “capitombolo”. Era protetta da vetri spessi e una cancellata robustissima.

Katanga era buono, pensoso, riservato. Se i visitatori dello zoo facevano troppo chiasso, voltava la schiena e si rifugiava in un angolo della sua “abitazione”. Di là, voltando la testa, fissava i disturbatori e il suo sguardo era “profondamente amaro, un po’ dolente, un po’ sdegnoso”.