di Ettore Paladino
Eugene Weidmann nasce nel 1929 in una famiglia di agricoltori della Svizzera tedesca. Il suo amore per gli animali lo portò a viaggiare e a lavorare in buona parte d’Europa, e con l’Italia ebbe un legame particolare. Il bambino Eugene cresce a contatto con gli animali della azienda di famiglia, là dove il padre vede il suo futuro. Ma, complice il nonno appassionato di spettacoli circensi, tutti gli anni va a vedere il circo Knie. E gli animali esotici, felini in primis, lo conquistano senza riserve.
Così, all’insaputa del padre, a 17 anni risponde a un annuncio proprio dei Knie che cercano operai per la cura degli animali. A valutarlo sarà Rolf Knie in persona, che lo assume in prova, ma ben presto riconosce la sua passione e la capacità di entrare in sintonia con gli animali di tutti i tipi. Con queste doti è sprecato come operaio. Rolf lo affianca a un domatore cecoslovacco (Benesch) affinché lo formi come addestratore. Allievo prodigio, Eugene accompagna il suo maestro in tourné in Gran Bretagna; nel 1949 viene in Italia al circo Jarz, poi va al Blackpool Circus con gli elefanti. Tornerà in Italia ancora dagli Jarz, ma stavolta da solo, con un numero di leoni e tigri. Poi viene richiamato da Knie per preparare un numero di gabbia che prevede, come andava di moda in quegli anni, tanti animali e di tante specie diverse; per l’esattezza sono 17 esemplari, fra leoni, tigri, leopardi, pantere nere, puma e orsi polari! Con questo numero gira per circa 10 anni nei principali circhi europei. Poi, all’inizio degli anni ’70, lavora in Italia al circo Americano e da Cesare Togni, con numeri di tigri.
Nel 1978 si ferma e gestisce un parco-zoo (o zoo-safari, come si chiamavano allora) a Murazzano. Ma pochi anni dopo ritorna al circo, al Wulber della famiglia Vulcanelli, sempre come supervisore del parco zoo e come istruttore di Gilda ed Ettore Weber. Finita questa esperienza tornerà a gestire un parco-zoo ad Oria, in Puglia. Ci lascia nel 2017, all’età di 88 anni.
E ci lascia tanta esperienza ed esempio di passione profonda e amore nei confronti degli animali, di qualunque tipo essi siano. Passione condivisa appieno (e non poteva essere altrimenti) dalla moglie Edith Schickler, di famiglia circense, a cui il padre aveva affidato il ruolo di capo-scuderia a soli 12 anni!
Sarebbe riduttivo limitare il ricordo di Eugene e Edith a questa breve cronistoria. Dobbiamo, vogliamo ricordare anche tanti aspetti del loro rapporto con gli animali, e del lavoro in pista.
Io ho avuto il piacere di vedere Weidman al circo Americano nel 1972, ma ero ancora troppo piccolo per ricordarmi i particolari; ricordo però la sua grande eleganza, naturalezza e precisione. Di lui abbiamo per fortuna tante recensioni giornalistiche, soprattutto di un grande amico di Eugene ed Edith, Ruggero Leonardi. Molto prima che questa parola diventasse di moda lui parlava di “empatia” fra loro e gli animali. Come nel caso di due tigri che avevano rilevato da uno zoo e che avevano subito maltrattamenti; e per poter ricostruire un rapporto con gli umani Eugene passava ore a parlare con loro a voce calma.
Le loro tigri si riproducevano senza problemi, e i cuccioli appena svezzati trascorrevano tanto tempo in carovana. Con qualche soggetto si instaurava un rapporto ancora più stretto; la tigre Bantu, per esempio, era abituata a stare al guinzaglio e a camminare in giro per le città. A Bologna Eugene la portò a fare una passeggiata in centro e poi presero un caffè al bar, seduti a un tavolino sul marciapiede (ce la immaginiamo una cosa del genere, oggi?...) Qualcuno disse più o meno scherzando che lui riusciva a trasmettere col solo pensiero i comandi agli animali. Forse non sarà stato proprio così, ma la comunicazione fra uomo e animali spesso si realizza tramite piccoli segnali, impercettibili per noi ma non per loro. Là dove, ovviamente, c’è un rapporto intenso e strettissimo.
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Eugene era molto rigoroso durante l’esibizione in pista. Era attentissimo ai tempi, il numero doveva durare esattamente quei minuti, e gli animali dovevano eseguire gli esercizi in simultaneità. Su questo la moglie lo prendeva in giro perché ribatteva che la sua non era precisione ma pignoleria, la stessa che lo portava a contare i buchi nel formaggio svizzero….
Pignoleria o precisione che fosse, ci resta il ricordo e l’esempio di due persone, a livello artistico e umano, straordinarie.






