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«Se uno nasce in un circo — dice Flavio Togni si trova a lavorarci senza neanche saperlo. Si comincia a giocare con gli animali veri quando gli altri bambini giocano con quelli di pezza. Ci si va a nascondere dove dormono, dove mangiano. Si impara a toccarli, a conoscerli, ad amarli.»

Lui ha scelto, per gioco, gli elefanti. Ha sedici anni e ne aveva quattro quando l’hanno buttato in pista vestito da maragià sulla groppa di «Banaj», che è sempre rimasta la sua preferita. Ora doma, ammaestra, accudisce e cura tredici pachidermi color fango, uno dei quali molto pericoloso perché ha il mal di denti. È bravo anche come veterinario e ogni giorno passa a fare le punture dietro le orecchie, dove la pelle è più sottile e quasi rosa. Ogni sei mesi fa la pedicure a tutti: cinque giorni per zampa, un lavoro di tenaglie, di raspe, di pinze.

4IN FAMIGLIA - Milano. Flavio Togni, il più giovane domatore di elefanti del mondo, con la madre Inge, ex trapezista, e i fratelli Daniele, di 4 anni, e Silvana di 12, che già lavorano nel circo.Flavio Togni, il più giovane della stirpe Togni, lavora al «Circo Americano» del quale il padre, l’ex trapezista Enis, è diventato manager. Guadagna quarantamila lire al giorno, versa tutto in famiglia. All’ultimo Festival internazionale del circo, a Montecarlo, ha vinto il «clown d’argento» col «numero» degli elefanti.

«La cosa più difficile», dice, «è ottenere l’armonia, la sincronizzazione dei movimenti». Getta lontano la frusta. «Per gli elefanti non serve, è tutta scena», confida. «Per domarli, ammaestrarli e farsi ubbidire, occorre soltanto la voce».

Sua madre ha tanta paura

Una voce giusta, però. Suo padre, ad esempio, ammette di averla buona per i cavalli ma non per gli elefanti. «Il tono non si impara, viene spontaneo», dice Flavio. «Gli elefanti sono molto intelligenti e molto fini d’orecchio. Capiscono le sfumature, il timbro arrabbiato da quello nervoso. Si ammansiscono con la dolcezza, la gratitudine, la comprensione, la fiducia». Usando il linguaggio internazionale dei domatori, Flavio amministra la sua voce per mostrare ai bestioni i sentimenti che prova per loro. «Si parla», spiega, «un misto di tedesco, inglese e indiano. Non è un caso: le parole sono legate ai suoni e i suoni sono legati al senso. Ad esempio, io dico slow (in inglese piano, lentamente), quando voglio che si muovano con grazia. Lo pronuncio alla maniera giusta, trascinando molto le vocali. Sloooow, dico: e questo suono evoca anche per loro la lentezza, la calma».

1IL PREMIO DELLA PRINCIPESSA - Montecarlo. Il domatore di elefanti Flavio Togni, sedici anni, mentre riceve dalle mani della principessina Stefania di Monaco il «clown d’argento». Alla destra di Stefania si scorge la madre, la principessa Grace. A sinistra, Ranieri e Carolina.Ha una faccia aperta, da adolescente sano. Sua madre è un’ex trapezista tedesca ancora molto impaurita quando tocca a Flavio di andare in pista. «Venivano a dirmi, quando era appena in piedi sulle gambe: tuo figlio è nella scuderia degli elefanti, non si vuol muovere da lì. Non avrei voluto, sono pericolosissimi. Ma era inevitabile. Un bambino del circo, appena cammina, si sceglie il suo mestiere. Flavio ha scelto il più rischioso». La signora non sa che Flavio avrà in dono dal padre, per il suo diciottesimo compleanno, mezza dozzina di tigri. «Non le conosco», dice il ragazzo, «dovrò imparare tutto da capo. È una cosa diversa.»

Sugli elefanti, invece, non ha più niente da imparare. La sua stanza in roulotte è piena di volumi scientifici sui pachidermi. Sa come individuare le malattie (la più frequente è la polmonite, basta che bevano acqua ghiacciata e sono già con la febbre), e come calmare loro i nervi così spesso tesi. («Bisogna farli stancare, spendere energie, portarli in pista e spingerli a correre. Sono pigri: indurli a muoversi è una gran fatica. Ovviamente, sono tutte femmine. I maschi, soprattutto se sono in calore, diventano belve»).

Ma non scherzano neppure le signore. Una di queste, ricevuto uno sgarbo dallo stalliere, una notte si è sciolta dalla catena, è uscita, ha trovato subito la roulotte giusta, e con una zampata l’ha sfasciata travolgendo il suo proprietario.

Sono affettuosi ma permalosi

«La pericolosità degli elefanti», dice ancora, «è dovuta al fatto che sono molto intelligenti e hanno una memoria formidabile. Sono anche permalosissimi e molto affettuosi. Bisogna amarli e non tradirli. Se hai nervi tesi, lo sentono e ti rispondono nervosamente anche loro. Se li accarezzi, si calmano presto. Se li trascuri o li tratti male, ti colpiscono come nessun altro.

«Aspettano il momento giusto anche per anni: poi ti attaccano, e non scherzano mai. Né parla con amore, senza tuttavia nasconderne i lati tremendi. Questa loro ostinazione nel farti pagare un torto subito, ad esempio. O la superbia che vieta loro di comprendere, almeno una volta, l’indifferenza del domatore o la preferenza per un altro.

3C’E’ ANCHE LA SORELLINA - Milano. Flavio Togni, a sinistra, nel numero finale dello spettacolo al Circo Americano. La ragazza alla sua destra, in primo piano con le braccia levate, è sua sorella Silvana di dodici anni. A destra Flavio con Banaj, la sua favorita, che gli toglie di tasca un panino.È un ragazzo che non sa nulla del mondo che sta fuori la cerchia dei carrozzoni. “Ho studiato un po’ qui un po’ là, non m’è mai passato per la testa di fabbricarmi un lavoro lontano da qui. Riconosco di essere un fanatico, i miei compagni non vedono l’ora di finire lo spettacolo della sera per uscire, andare a ballare o mangiare una pizza. Io non lo faccio. Al mattino voglio alzarmi presto, andare in scuderia a seguire gli elefanti. Occorre molto personale, due uomini per ogni animale. Nel pomeriggio mi alleno. Ci vogliono due anni per preparare un buon numero. Per ottenere qualcosa in più, bisogna farsi conoscere bene, non mollare mai. Se appena sto via qualche ora, se ne accorgono e mi fanno capire il loro disappunto. Una personalità spaventosa, tutti uno differente dall’altro. Una volta, a Varese, stavo conducendoli al treno.

L’inserviente punito

«Tutti in fila, di notte, lungo il viale della stazione. Io in testa, come sempre, a guidarli. Quando ci si sposta è sempre notte: a Roma faccio quattordici chilometri a piedi ogni volta che devo accompagnarli alla stazione per salire sul treno. Quella volta di Varese sono arrivato alla stazione con un elefante di meno. Sparito. Era la solita Banaj, l’intelligentissima. Aveva fatto una deviazione, quatta quatta, per andare a dare un colpo di proboscide a un inserviente che non le aveva dato da bere quando aveva sete, molti mesi fa. Nella notte, aveva sentito il suo odore al di là del viale. Non aveva intenzione di caricarlo ma di dargli, se mai, una lezione. Gliel’ha data: un paio di giorni in ospedale con le costole rotte».

Così viene a sapere che, oltre ad essere molto golosi (tutto, tranne la carne), soffrono molto la sete. «Guai a negargli l’acqua oppure a togliergli di sotto il naso il secchio pieno. A volte, dopo il numero, vi si precipitano con la proboscide dentro».

Parla degli elefanti con amore, ma con il dovuto rispetto. «E’ un rapporto alla pari: io rispetto loro, loro devono rispettare me. Tra di noi, la paura è stata bandita. Se non ho paura di loro, è perché loro hanno imparato a non averne di me».

Edgarda Ferri

 

 

articolo tratto da "Domenica del Corriere" settimanale del Corriere Della Sera

20 Gennaio 1977 - Numero 3 - Anno 79

(collezione Roberto Rossanigo)