CLOWN DI TUTTO IL MONDO ALLEGRIA!
Prima sorpresa al «Medrano»: cadono tanti luoghi comuni, dal pagliaccio triste alla vita zingaresca della carovana. «Nemmeno Fellini ci ha capito», dice Ghisi Casartelli, figlia del fondatore del circo. «Abbiamo successo in tutto il mondo perché lavoriamo diciotto ore al giorno».
a cura di IVAN LANTOS - fotografie di ANGELO COZZI
TUTTI IN PISTA AL GRAN COMPLETO La grande famiglia del Circo Medrano al completo sulla pista. Nel circo lavorano 250 persone di cui 90 nello spettacolo. I «protagonisti» sono tutti membri dei Casartelli e dei De Rocchi.
Firenze, gennaio
Piazza Campo di Marte, a Firenze, in una serata di gennaio presa nella morsa di un freddo siberiano. Le insegne e gli arabeschi di luci al neon dai colori vivaci del Circo Medrano sono strapazzate dal vento che soffia gelido e gagliardo. Di qui inizia il nostro viaggio «dentro il circo», un mondo che, per molti, appartiene a quei miti dell’infanzia che sopravvivono in noi anche nell’età adulta. Salvo poi scoprire, come ci è accaduto, che buona parte del mito è falsa, che il circo e soprattutto la sua gente non appartengono a un altro pianeta, che l’arte circense oggi è un po’ la «cenerentola» dello spettacolo, di mitico non ha che l’età.
Il clown Moiser Peres col fratello«Il circo» ci dirà Ghisi Casartelli, 36 anni, figlia di Leonida Casartelli, il fondatore del Circo Medrano, «è un mondo a sé, diverso, soprattutto per l’ignoranza della gente. La pubblicistica che è sorta intorno allo chapiteau (il tendone), ai carrozzoni, alle maschere dei pagliacci ha, il più delle volte, favorito gli equivoci. Persino Fellini, con I clown ha sbagliato tutto: ma nessuno ha osato smentirlo.» Un’affermazione, questa, piena di amarezza, ma priva di polemica, che ci siamo sentiti ripetere da tutti.
Il giocoliere Alberto Sforzi, marito di Ghisi Casartelli. A trentotto anni è considerato uno dei più abili giocolieri del mondo, erede del grande maestro Enrico Rastelli.Leonida Casartelli, uno degli uomini più rappresentativi del mondo circense moderno, un innovatore, forse il primo autentico «manager» del circo in Italia, non c’è più. È morto lo scorso anno in un incidente d’auto lasciando alla sua numerosa famiglia, sei figli e cinque nipoti, l’eredità solida, ma pesante da gestire, del Circo Medrano. La sua scomparsa ha creato un vuoto che si avverte con prepotenza nelle parole e nei gesti di chi è rimasto. La moglie, per esempio, Wally Togni (una dei sei figli di Ugo Togni), si è rinchiusa nella sua carovana a coltivare ricordi e dolore. Ma al tempo stesso è in qualche modo rimasta viva la presenza di Leonida che dà un’impronta a tutta la vita del «suo» circo. Quasi senza accorgercene abbiamo nominato due grandi «famiglie» circensi: i Casartelli e i Togni. La domanda, quindi, viene spontanea: «Perché le famiglie?». Ci risponde Ugo De Rocchi, figlio di Jonne Casartelli, sorella di Leonida, e di Fernando De Rocchi, direttore organizzativo del Circo Medrano: «È praticamente inevitabile. La struttura di base del circo è tale che tutta la famiglia viene coinvolta. Solo così si riesce a conservare il patrimonio che non è solo costituito dalle attrezzature o dagli animali, ma anche dalle esperienze. Così accade che i bambini entrino in pista fin da piccoli. A tre o quattro anni essi cercano di imitare i grandi scegliendo a seconda delle inclinazioni una qualche specialità. È il momento in cui inizia la loro “scuola”. E sono i vecchi che si assumono il ruolo di maestri.
«L’anziano nel circo non è un emarginato; anche se ha abbandonato l’arena trova sempre qualcosa da fare, ma soprattutto insegna. La vera continuità è rappresentata da loro, da vecchi e bambini.»
A Scandicci, poco distante da Firenze, c’è una casa di riposo che dovrebbe accogliere anziani dei circhi e dei luna-park, ma, salvo rarissime eccezioni, solo questi ultimi la riforniscono di ospiti. Il circo non conosce la figura del «pensionato».
Torniamo al discorso sulle «famiglie». «Il circo» prosegue Ugo De Rocchi, detto Ughetto, «è un mondo abbastanza chiuso. Finisce così che i matrimoni avvengano al suo interno, ma anche quando un circense sposa un “fermo” (questo il termine che designa coloro che non sono nell’ambiente) è costui a essere assorbito dal circo. Non accade mai che sia il circense a uscire. È evidente che in simili circostanze i diversi rami degli alberi genealogici finiscono per intrecciarsi. Io, per esempio, ho sposato Maria Lopez, una “ferma” che faceva la ballerina, ma anche mia moglie, oggi, fa parte del balletto del circo e cura tutte le coreografie.
Un numero comico dei cavallerizzi Caveagna. Anche questa famiglia è una veterana del circo. È una delle grandi dinastie ed oggi conta in pista la quarta generazione.Nelle parole di Ugo De Rocchi è rispuntato il fatto del circo come mondo chiuso e questo ci riporta all’inizio di quanto stiamo scrivendo. Perché questa chiusura? Ci risponde Ghisi Casartelli: «I motivi sono diversi, ma su uno in particolare vorrei richiamare l’attenzione. È la cosa che ci fa più male: la gente, soprattutto in Italia, ci considera simili agli zingari. Il solo fatto di essere sempre in movimento, di viaggiare sulle carovane, o per il passato sui carrozzoni, ha indotto la grande maggioranza del pubblico ad assimilarci agli zingari. Non abbiamo nulla contro di loro, sia ben chiaro, ma noi siamo un’altra cosa. Siccome la gente diffida di loro, per questa assurda confusione diffida anche di noi. Io stessa ho udito più di una volta, al nostro arrivo in qualche posto, dire: “È arrivato il circo, sono arrivati gli zingari”. La gente il più delle volte ignora che anche noi abbiamo oltre alle carovane anche delle case belle e confortevoli, che siamo cittadini italiani a tutti gli effetti e che i nostri ragazzi vanno a fare il servizio militare come gli altri, che i bambini vanno regolarmente a scuola, in una scuola magari dentro il circo stesso, come succede qui da noi».
A QUINDICI METRI DA TERRA Nella foto sopra, l’esercizio mozzafiato dei trapezisti. Sono i Silvester, che volteggiano a 15 metri da terra. Contrariamente a quanto si crede, la rete non dà la sicurezza totale in caso di caduta. Cadere malamente sulla rete può causare invalidità gravi.Circa i luoghi comuni abbiamo potuto, in occasione di questa visita, vederne demolito un altro estremamente diffuso: quello della pretesa tristezza del clown. Nella grande carovana, una specie di superroulotte, che fa da sala per riunioni, abbiamo incontrato due dei migliori pagliacci del Circo Medrano: Moisez Peres, portoghese, di antica famiglia circense, marito di Zenica De Rocchi, nipote di Leonida Casartelli, e Artidoro Cavegna, discendente anche lui di una delle più «blasonate» famiglie del circo. Moisez, in abiti borghesi, Artidoro truccato con il caratteristico naso a ciliegione, la parrucca color polenta sotto la bombetta, gli abiti di qualche numero più larghi del necessario. Due uomini «tristi» che sono obbligati dal destino a far ridere?
«Niente affatto» risponde Moisez Peres «anzi è vero esattamente il contrario. Per inventare numeri che facciano ridere bisogna essere tendenzialmente allegri. Noi pagliacci siamo persone normalissime e come tali possiamo anche avere dei momenti di tristezza, ma solo quando le circostanze sono tali da renderci tristi». Gli fa eco Artidoro: «Metta il mio caso. Avevo un fratello che faceva parte della nostra troupe di clown e di cavallerizzi, un ragazzo giovane e brillante. È morto in un incidente di macchina. Ci è sembrato che fosse la fine di tutto, attanagliati da una tristezza senza fine, incapaci di fare qualsiasi cosa, soprattutto di far ridere gli altri. Poi, grazie alla grande forza interiore della gente del circo, grazie proprio al particolare ottimismo di chi fa il clown, ci siamo risollevati, siamo tornati in pista. No, un clown non può essere un uomo dal carattere triste».
L’«INSEGNA» PIU’ FAMOSA Passerella finale al Medrano. La prestigiosa «insegna» è stata «ereditata» dai Casartelli dalle sorelle Swoboda che vollero concederla a un circo che potesse conservarne il lustro.Renzo Palmiri non è imparentato con i Casartelli, ma anche lui è «figlio del circo», suo zio Egidio è presidente dell’Ente Circhi, nel Medrano è amministratore e uomo di pubbliche relazioni. Renzo Palmiri ci illustra alcuni aspetti «tecnici» del circo: «Il Circo Medrano» afferma «è ancora uno dei pochi che seguono la tradizione. Molti altri, su esempio americano, si sono trasformati in spettacolo di arte varia snaturandone l’essenza, tradendone l’anima. L’esempio più clamoroso è forse proprio il famosissimo Circo Barnum: finita la conduzione familiare è passato in mano a un gruppo di affaristi. Oggi il rischio è quello di diventare un’industria. Da una parte è giusto che certi aspetti organizzativi si siano evoluti, che ci siano previdenze in caso di malattia e un minimo di pensione assicurata per quando si è vecchi, ma per sopravvivere il circo deve rimanere tale. È un tipo di lavoro che non conosce ancora parole come “sindacato”, “ferie”. Si lavora per trecentosessantacinque giorni all’anno. Il “riposo” è questione di qualche ora e si finisce per trascorrerlo in qualche circo, per vedere come funziona o al massimo al cinema. Ci sono però valori che sopravvivono, come ad esempio la “parola” che vale più dei contratti scritti, la “solidarietà”. A questo proposito posso riferire un episodio dell’altro ieri. C’è qui nelle vicinanze un piccolo circo che è rimasto senza fieno per gli animali: ebbene è stato naturale che fossimo noi a darglielo, non per denaro, ma con la sola promessa che alla prima occasione ce lo restituiranno».
LA DANZA DEI CAVALLI Heros Casartelli, nella foto a sinistra, in un suggestivo numero con i cavalli. L’addestramento di un cavallo nel circo inizia a 3 anni e dura per un anno. La «pensione» arriva a 25 anni. I Casartelli tengono i loro cavalli che hanno terminato la carriera nei quartieri invernali di Bussolengo.Heros Casartelli, 30 anni, uno dei figli di Leonida, direttore responsabile del circo e brillante cavallerizzo, è considerato la «pecora nera» della famiglia perché è quello che più degli altri approfitta del poco tempo libero. Cinema e qualche capatina al night sono gli svaghi preferiti di questo giovane scapolo. A lui chiediamo com’è organizzata la giornata. «Si è in movimento per diciotto ore» risponde. «Al mattino alle otto la pista è già pronta per chi vuole provare. Poi c’è il pranzo, un breve riposo e quindi lo spettacolo pomeridiano. Breve sosta e quindi lo spettacolo serale. Si finisce a mezzanotte, ma nessuno va a dormire subito. Si fanno spesso le due o le tre di notte. Negli intervalli ci sono mille cose da fare: rivedere le attrezzature, dare un’occhiata agli animali. Non c’è tempo per la noia. Capita poi, come la scorsa notte, di dover stare in piedi fino al mattino perché il forte vento minaccia di portarsi via il tendone, e voglio sottolineare che nel circo non c’è distinzione tra uomini e donne». «Non c’è tempo per la noia» aggiunge il fratello di Heros, Elio, regista dello spettacolo «ma neppure ci sono nevrosi o stress, la vita del circo è dura, ma anche “pulita”, serena e ricca di soddisfazioni. L’applauso del pubblico, i complimenti dei colleghi ripagano dei sacrifici».
Cosa dicono le altre grandi famiglie circensi? Lo riferiremo nel prossimo numero.
Ivan Lantos